LE VENTIQUATTRO STAGIONI:
LA STRUGGENTE BELLEZZA DEL MONDO

   La prima sezione della mostra prende il titolo da un antico calendario agricolo cinese usato per migliaia di anni in tutta l'Asia: “le Ventiquattro Stagioni” sono un vero e proprio racconto in stoffa e kimono di quello che Kenkò descrive come “la struggente bellezza del mondo”, una bellezza del tutto naturale, espressa nella tintura e nella decorazione del kimono, testimoni tangibili della stessa antichissima tradizione.
   I kimono esposti fanno parte di una collezione realizzata da una studiosa delle arti tessili giapponesi, particolarmente interessata all'ultimo periodo in cui il kimono fu usato come indumento quotidiano (
fudangi, kimono di tutti i giorni). La collezione, nata per scopi professionali e cresciuta lungo un periodo di 25 anni, viene presentata per la prima volta al pubblico in occasione della mostra a Palazzo Barolo. La particolarietà di questa collezione risiede nell'attenzione data alle molteplici varianti del kimono classico, indumento che raramente viene visto fuori dal paese di origine: i sottokimono, i soprabiti, i frammenti di tessuti e altre forme più intime del vasto archivio tessile giapponese che fanno parte del guardaroba di ogni giapponese e ricordano le gioie e le tragedie dei loro predecessori.
   La mostra, dunque, è uno scorcio di vita vissuta che si dispiega lungo un intero anno in cui momenti di vita quotidiana sono interrotti da feste e riti che ricordano la nascita, lo sviluppo, il lento declino e la rinascita del mondo naturale: una natura interiorizzata dagli uomini, che la ricordano attraverso il kimono.

Febbraio, Marzo e Aprile:
    La prima sala si apre con il risveglio della natura in primavera, quando la neve cede alla pioggia e nella coltre di neve appaiono le prime “macchie di verde”, quando il sole riesce talvolta a spezzare il gran freddo di febbraio. I kimono, ancora imbottiti di seta, si alleggeriscono. Giorno per giorno, i verdi biancastri diventano più brillanti, sbocciano nuvole bianche di fiori di pruno, seguite dalla pioggia di petali dei fiori di ciliegio, rosa pallido. Ovunque è il momento della festa del “guardare i fiori”, ossia la festa dei ciliegi che dilaga lentamente dal sud del Giappone fino alla fine di Hokkaido.
   E' anche il momento in cui si celebra
Ohinamatsuri, la festa delle bambine, che cade nel giorno in cui si incontrano due “tre”: quello del mese di marzo e quello del giorno, segno di grande auspicio.
   
Ohinamatsuri celebra una bambina-principessa, che da grande troverà un uomo-principe.
   La scenografia della primavera, quindi, è rosa e bianca e tutto si svolge attorno a un grande albero bianco carico di dolci, segni zucherati del fior di ciliegio.

Maggio, Giugno e Luglio:
    
Da un giardino dolce e incantato si passa all'estate, dove compare subito un segno di festa: un grande kimono decorato con le foglie dell'ireos, che secondo la tradizione sono “segno” del ragazzo che deve essere forte e coraggioso come un samurai. Agli occhi del ragazzo, la foglia di ireos rappresenta infatti per la sua forma la spada, quindi la forza e la determinazione che ogni ragazzo deve acquisire nella vita.
   In alto, una spirale di pesci che si rincorrono, perchè anche il pesce è “segno” del ragazzo, che dovrà avere la forza, nella vita, di risalire le difficoltà anche contro corrente. Un kimono leggerissimo ricorda
koromogae, il tradizionale cambio di guardaroba che segna la fine dei pesanti foderati kimono della stagione fredda a favore delle leggere ru e delle garze estive dei kimono sfoderati, chiamati nitoe. I mesi estivi sono carichi di fiori: la peonia, il glicine che attrae le farfalle;  le tenui tinte primaverili si approfondiscono in toni di verde, lavanda e arancio (shikawa), l'occhio riposa nei toni del blu e i  kimono si assottigliano.
   Aumenta il caldo, arriva la canicola...si entra allora in una stanza dove volano farfalle giganti mentre piccoli ventilatori muovono l'aria. Sul pavimento, bocce di pesci rossi rinfrescano l'atmosfera torrida della piena estate.
   Il giorno ormai è insopportabile e si festeggia di notte: è arrivata la festa di Tanabata, che celebra due stelle-amanti, la tessitrice e il pastore, che si incontrano solo in questa notte da migliaia di anni.
   E' la festa del cielo, dove di notte brillano le stelle e di giorno volano le rondini che giocano con un'improvvisa pioggia, annunciata dai rulli della divinità del tuono (kaminari).

Agosto, Settembre e Ottobre:
   
Arriva l'autunno, le giornate si rinfrescano, il sole si allontana e compare la foschia; le libellule danzano sugli stagni e crescono gli “akikusa”, le sette piante selvatiche che annunciano l'autunno.
   Foglie, foglie dappertutto che aspettano, con i frutti autunnali, di essere raccolte.
   I kimono, ancora leggerissimi (siamo in agosto), cambiano di nuovo colore: dal severo bianco e dal blu e nero, si trasformano nelle tinte calde e ombrose della stagione settembrina: i colori della zucca, dell'uva, della prima nebbia. Giunge veloce il tardo autunno e le foglie cadono per terra. E' il mese della raccolta della canapa, la terra è ormai liberata dai suoi frutti e si riposa. Contro i primi geli mattutini si portano ormai i kimono foderati.
   I kimono non sono più festonati di fiori, di insetti e della struggente bellezza del mondo...è tempo di riflessione e si tessono segni astratti, ottenuti dall'incontro tra i fili verticali e orizzontali della tela, come squarci di luce che compaiono nella grigia penombra delle giornate più corte dell'anno.

Novembre, Dicembre e Gennaio:
  
E' arrivato l'inverno. Si semina la prima raccolta dell'anno nuovo. La terra, ancora friabile, sarà tra poco completamente coperta di neve: dopo i primi fiocchi, compaiono le grandi nevicate.
   I kimono foderati non scaldano abbastanza, si sdoppiano, si inspessiscono contro il freddo, che penetra ovunque, in casa e fuori.
   Si avvicina Capodanno, la festa più importante dell'anno. La casa deve essere pulita: arrivano i parenti per gli auguri, bisogna preparare i cibi per la cerimonia, i decori di pino, riso e carta sacra per fare onore ai
kami, piantare il pino fuori la porta.
   Arriva la festa. Auguri! Anche sui kimono compare una panoplia di segni fausti: il pino, il bambù, il fior di pruno che annunzia già da ora un altro anno, fresco, pulito e nuovo. I colori
  del capodanno: il rosso (scaturisce i demoni), il bianco (la morte del vecchio anno), l'oro, il nero (le notti che si accorciano) segnano l'arrivo del nuovo e la partenza del passato: i due momenti più delicati dell'intero ciclo: AUGURI! Omoudetegosaimasu!

   Ma c'è ancora una stanza...

    Dalla penombra del tardo autunno si scoprono due porte che emanano una debole luce bluastra. Avvicinandosi si intavede una camera, una camera perfettamente ordinata, il letto è fatto e nella penombra si scorgono degli oggetti: un piccolo mobile per il trucco, giornali di moda sparsi qua e là, un cellulare. In fondo alla camera, un'alta finestra da cui si scorge una sottile fetta di luna. Altri oggetti appaiono: a destra, vicino al muro, uno stand sul quale sono appesi obi che brillano alla tremula luce delle lanterne: broccati ricamati in una miriade di colori ricchi e sontuosi, buttati là come se fossero stati messi e dismessi con grande velocità.
   E' la stanza di una donna: è uscita, ma permane un indefinibile e leggerissimo profumo. E' uscita in fretta. Deve essere vestita in kimono. Ha gusto, si capisce dal modo quasi intuitivo con cui accumula gli obi dismessi. Chi è? Dove va?

   Infine, ancora una parola sulla scelta del tema delle 24 stagioni: il calendario, nelle epoche preindustriali, era costruito secondo il crescere e il calare della luna, unico astro del nostro firmamento che spicca di continuo permettendoci di anticipare il tempo e di prevedere i fenomeni naturali e metereologici, necessità fondamentale allo sviluppo agricolo.
  Le ventiquattro stagioni corrispondono quindi al numero delle fasi lunari lungo l'arco dell'anno, brevi intervalli di tempo che rispondono all'esigenza di programmare i lavori e le attività agricole.
 
   
La scoperta continua di segni naturali (lo sbocciare di una certa pianta, il risveglio delle formiche, la rugiada notturna) ha poi formato nel corso delle generazioni una sorta di almanacco spontaneo e naturale, assorbito e interiorizzato nel decoro.
   Il fatto che il kimono fosse una forma unica, semplicissima, piatta, facile da tagliare, cucire, disfare e conservare, ha permesso la sopravivenza di questi segni naturali, anche se ormai non sappiamo più riconoscerli. Il kimono, quindi è servito, con i suoi spazi vuoti, a raccogliere e portare fino a noi il pensiero poetico di una cultura che fatto sue altre culture (visive) provenienti dalla Cina, alla Corea, India, Indonesia e perfino dalle steppe della Mongolia. Ora questa “catena di segni” si è spezzata: il kimono non assorbe più, è diventato moderno.    Ci auguriamo però che la ricerca su questo immenso deposito di segni venga apprezzato sia da noi, sia dal popolo giapponese che lo ha generato.
 

                                                                                  Nancy Martin

Nata negli Stati Uniti, ha studiato Belle Arti alla Scuola di Design di Rhode Island, dove si è diplomata nel 1956, e all’Università di Yale dove si è laureata nel 1968 sotto la guida di Josef Albers. Nello stesso anno ha vinto una borsa di studio biennale al Politecnico di Atene, Grecia. A Milano dal 1966 si è dedicata insieme a due soci al campo della moda, in particolare alla creazione di abiti maschili.Oggi è titolare di diversi corsi all’Università dell’Immagine di Milano, di corsi di progettazione tessile alla Domus Academy (dal 1987), ha partecipato al primo programma di studi di Moda organizzato dall’Università di Urbino dove ha tenuto un corso biennale di progettazione e tendenze del settore tessile.La sua esperienza asiatica è il completamento di un progetto che risale a molti anni addietro e le ha consentito di approfondire la conoscenza del kimono giapponese, una forma artistica in pericolo di estinzione.Ha quindi svolto ricerche sulla storia del kimono, alcune delle quali pubblicate negli atti della Aistugia (Associazione Studi Giapponesi in Italia). Tra queste, “Kimono notes”, “Aoi”, “Japanese Indigo”, “Kusa, fibra di vetro”, “Incenso, la perfetta arte della reticenza”. Scrive articoli per varie riviste tra le quali Fashion, Io Donna, Textile Forum.  Ha scritto numerosi articoli sui diversi aspetti della progettazione tessile come “Vicinities” da “the Motor of Fashion” per Pitti Immagine.


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