“LA RANA, DIVA DEL CREPUSCOLO”

una collezione privata di rane, esposta per la prima volta al castello di Pralormo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La collezione comprende un migliaio di oggetti che rappresentano rane, realizzati in diversi materiali: dalla pietra al vetro, dall’avorio alla terracotta, alla plastica.

La collezione venne avviata negli anni Settanta, dopo l’acquisizione da parte del proprietario di alcuni terreni nella zona del vercellese, abitata da moltissimi esemplari di questi anfibi. Si appassionò inizialmente alla cucina della zona, che comprende piatti prelibati a base di rane ma successivamente iniziò ad acquistare rane di ogni tipo e dimensione sul mercato antiquario e durante numerosi viaggi in India, Cina, Giappone, Thailandia, Messico, Russia, Brasile, Argentina…

Alla sua morte, la casa era decorata con rane in pietra e ceramica persino sulla muratura esterna, e all’interno era arredata con sovrapporte, quadri, libri antichi e stampe, mobili, stoviglie e biancheria, decorati con questo soggetto. La collezione comprende infatti sia oggetti molto preziosi e antichi, che oggetti buffi e divertenti, di epoca recente.

Alcuni di essi erano corredati da expertise e dalla data di acquisizione, ma la maggior parte non era schedata. Nel 1993 Marcella Pralormo e Margherita Sassone furono incaricate dagli attuali proprietari di redigere una schedatura inventariale della collezione e di fotografare tutti i pezzi.

In molte culture la rana e il rospo erano simboli di fertilità, rigenerazione e rinascita.

Nell’antichità i rospi erano anche visti come creature diaboliche, il cui sangue era un potente veleno. Secondo Plinio il Vecchio la presenza di un rospo poteva zittire una sala piena di persone; un osso della parte destra del corpo di un rospo poteva impedire all’acqua di bollire, mentre un osso della parte sinistra poteva tenere lontano i cani rabbiosi.

Una superstizione molto diffusa riguardava la presenza di un gioiello, contenuto nella testa del rospo, che poteva cambiare colore in presenza di un veleno, proteggendo il possessore dall’avvelenamento. Shakespeare stesso ne parla in “As you like it”:

“Sweet are the uses of adversity which, like the toad, ugly and venomous, wears yet a precious jewel in his head”.

Le diverse epoche e provenienze degli oggetti ci permettono di conoscere queste credenze popolari e le leggende che circondano le rane. Spesso infatti le sculture, le incisioni e gli oggetti si riferiscono a particolari episodi e leggende.

Nelle leggende cinesi, ad esempio,  il rospo è un mago che detiene segreti preziosissimi. Molte di esse raccontano la storia di Liu Hai e del suo compagno rospo Ch’an Chu, che aveva tre zampe e conosceva il segreto dell’immortalità. Liu Hai è rappresentato in mostra da una preziosa porcellana sangue di bue del primo Settecento, acquistata dall’antiquario Colombari, che raffigura un personaggio con un rospo.  Vi è inoltre un bronzo tonchinese che raffigura due bambini che osservano una rana, realizzato dalle fonderie Hang-Xuan-Lan.

Il Giappone è rappresentato in collezione da un nucleo di Netsuke, le piccole sculture che i giapponesi portavano con il Kimono come chiusure dei contenitori o delle piccole borse (sagemono) legate all’Obi. Realizzati in avorio, osso, legno o con semi e, più di recente in resina, presentano decori raffinatissimi e raffigurano rane e personaggi. Sempre in ambito giapponese ricordiamo una preziosa scultura in bronzo che rappresenta un uomo seduto su un tronco con un rospo a lato. Si riferisce alle avventure di un vecchio saggio, Kosensei, che, secondo una leggenda, si aggirava per le campagne con l’amico rospo che gli svelava i segreti delle erbe officinali e il segreto dell’immortalità. In Giappone ancora oggi è ritenuto di buon auspicio incontrare una rana per strada all’inizio del viaggio. E’ segno che si tornerà indietro.

Un nucleo significativo della collezione raccoglie alcune terrecotte e sculture di area precolombiana. In queste sculture spesso la rana è accompagnata da altri animali: serpenti o uccelli, oppure porta sul dorso un ranocchio.

Le ceramiche più preziose provengono dal Perù e risalgono alla cultura Mochica (IV_V sec. D.C.). Furono acquistate negli anni Ottanta.

Nelle tradizioni dell’America precolombiana la rana era portatrice di salute, teneva lontano il male e le energie negative. La dea Ceneotl, patrona delle nascita e della fertilità, era rappresentata come una rana. Rane e rospi erano considerati inoltre spiriti della pioggia: alcune tribù peruviane e boliviane creavano piccole immagini di rane da posizionare sulle colline per invocare la pioggia.

Gli Aztechi rappresentavano la rana come Tlaltecuhti, la madre terra, simbolo di morte e di rinascita. In una leggenda azteca, la rana era origine dell’intero universo: Quetzalcoatl, il dio serpente-uccello e Tezcatlipoca, il dio mago-giaguaro, la trovarono nel mare primordiale. Ne divisero il corpo a metà, e con esso crearono il cielo e la terra.

 Gli Olmechi avevano creato l’immagine di un rospo-dio della rinascita, che mangiava la sua stessa pelle e  poteva rinascere in un ciclo continuo di nascita e morte.

L’Africa è rappresentata in collezione da alcuni tagliacarte in ebano e da una scultura, sempre in ebano, proveniente dal Camerun.

Non manca l’Egitto, rappresentato da alcuni scarabei, probabilmente repliche di quelli antichi, che portano incisa la rana. Nell’antico Egitto la dea Heket, protettrice delle nuove vite, era rappresentata come rana ed era invocata come protezione durante il parto o per difendere l’unità familiare e custodire la casa. L’immagine di Heket veniva riprodotta su amuleti e scarabei portati dalle donne in attesa.

Tra gli oggetti più preziosi di origine italiana spiccano alcuni dipinti:

un frammento della tela Circe che trasforma i compagni di Ulisse in animali, 1652, che GB Castiglione detto il Grechetto aveva realizzato in più versioni e un dipinto di Giuseppe Bartolomeo Chiari, Pastori della Licia trasformati in rane da Giove, che risale alla fine del Seicento-primi Settecento.

Vi sono alcune rare incisioni, tratte dai discorsi di Pietro Andrea Mattioli, il medico di corte di Ferdinando e Massimiliano II d’Asburgo, che aveva pubblicato i suoi “Discorsi” in due volumi. Mattioli aveva tradotto il De Universa Medicina di Discoride Pedanio, contemporaneo di Plinio il Vecchio. (I sec. D.C.), che aveva descritto circa 600 piante medicinali e ricette di medicina naturale. La prima edizione del Mattioli risale al 1544, ma bisogna attendere  l’edizione del 1565 per arrivare al testo completo di circa 1000 illustrazioni, realizzate con la tecnica della xilografia.

L’edizione in collezione è del 1585 e riproduce il cap. XXV, Delle Rane. In collezione esiste anche una versione probabilmente più tarda, acquarellata.

Altre quattro rare incisioni sono opera di Antonio Tempesta, noto per la sua tecnica molto dettagliata. Realizzate a bulino e datate 1650, sono tratte dal libro Nova Raccolta de li Animali più curiosi del mondo.

Vi è poi una bella incisione francese, di Gustave Doré, che mostra uno stagno in cui saltano rane e rospi e, sullo sfondo, una lepre che osserva divertita la scena, ai bordi dello stagno, tra l’erba.

 

Un consistente nucleo comprende diversi oggetti di epoca liberty (italiani e francesi) che raffigurano piante e fiori con rane, lucertole e tartarughe. Vi sono posacenere a forma di foglia di loto o di ninfea, lampade, piatti in rame sbalzato con piccole rane, candelieri, vasi con rane e lucertole.